11/11/24

Cambiare il mondo, con delicatezza e discrezione

Nel 2003 esistevano i webmaster e io ero uno di quelli. Sul sito italiano dell’Asilomar Institute for Information Architecture, che sarebbe diventato l’Information Architecture Institute, con alcuni appassionati pubblicavamo articoli italiani o traduzioni dall’inglese di questa disciplina. L’Architettura dell’Informazione era dappertutto ma non si poteva “vendere” granché. Più avanti, anche il mercato italiano si accorse dell’importanza dell’Interface Design e della User Experience. Le potenzialità di queste discipline iniziavamo ad avercela tutti “in tasca”. Comparvero aziende di Service Design e strumenti di progettazione e prototipazione, sulla spinta del movimento Lean Startup. Nel frattempo, io e molti altri scoprivamo sulla nostra pelle quanto l’agilità potesse rendere ancora più efficaci design, progettazione, sviluppo e relazione con l’utente.
Possibile che qualcuno non se ne sia ancora reso conto, oggi?

Vorrei offrire l’esperienza di chi ha vissuto da entrambe le “parti” e ha amato sia gli individui e le interazioni, sia i processi e gli strumenti. Di chi ha visto la proposizione di valore dello User Experience Design e dell’Agile diluirsi e imbastardirsi sempre di più. Vorrei offrire un punto di vista forse provocatorio sull’apparente difficoltà di integrare i due mondi, e sulla distanza paradossale che sembra dividere chi ne fa parte: lontani forse più a causa della nostra percezione del lavoro (e della nostra passione) che delle differenze professionali, nonché per effetto del pericoloso concetto di “lavoro fatto bene”.

Vorrei far conoscere la figura di Hillman Curtis, scomparso nel 2012, che ha usato dapprima Macromedia Flash e poi lo storytelling come mezzi per esprimere ciò che nel digitale non era per niente scontato. Mi scrisse un consiglio che seguo ancora oggi, e che può diventare una bussola per molti.

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